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I comportamenti del cafone

Claudio Ciaravolo,psichiatra e studioso del comportamento,in una divertente e interessantissima relazione scientifica,ha spiegato assai bene la socio-psicodinamica del cafone.

Il cafone parla a voce troppo alta, gesticola esageratamente, ride a squarciagola, fa l’amicone (distribuisce grandi pacche sulle spalle, dà il tu a tutti), tiene banco: ma dire che gioca a fare il protagonista sarebbe sbagliato. Perché non rende l’idea: il cafone si considera l’unico attore sulla scena. Gli altri non è che abbiano dei ruoli secondari: semplicemente, non esistono.

Il cafone è convinto che questi suoi comportamenti lo rendano molto simpatico: addirittura irresistibile. Purtroppo (per lui) le cose stanno in tutt’altro modo: la gente infatti lo valuta per quello che è (un insopportabile rompiscatole), e non per quello che vorrebbe essere.

Lui però non può accorgersene, perché ha cancellato del tutto il feedback. Lo ha cancellato perché dentro di sé si sente  l’esatto contrario di quello che mostra al di fuori: è l’individuo più insicuro e spaventato del mondo, e vive nel terrore che gli altri se ne accorgano. Per nasconderlo (a sé stesso, e agli altri),  fa lo sbruffone, e chiude gli occhi per non leggere in quelli altrui il disprezzo e la commiserazione.

Costretto dal suo senso di inferiorità a considerarsi largamente superiore a tutti, il cafone non ringrazia mai: non sa chiedere scusa, anche quando (ma è raro) ritiene di aver sbagliato. La sua paura è sempre la stessa: scusandosi, o ringraziando, teme di apparire “down”. E questo non lo sopporterebbe.

Se si occupa dei comportamenti degli altri, non è per capirli (ed eventualmente migliorarsi), ma per giudicarli inadeguati rispetto ai propri.

Per lo stesso motivo, il cafone non è in grado di ammirare nessuno, o di fare un complimento: gli sembrerebbe di sminuirsi troppo agli occhi del mondo. Entrando in competizione con chiunque abbia successo, il cafone ne minimizza le capacità, e ne sminuisce i risultati, attribuendoli alla fortuna, o all’imbroglio.

Il suo copione è: io sono OK, tu non sei OK. E lo sono se tu non lo sei. Perciò, più dimostro che non vali nulla, meglio sto. E’ un gioco a somma zero: se l’altro va su, il cafone si sente ricacciato giù.

Il cafone pretende di insegnare agli altri come si vive. Secondo lui, solo i fessi rispettano le regole. Le capacità intellettive del cafone possono anche essere elevate: ma non possiede alcuna intelligenza emotiva.

Se non ci sono vigili in giro, il cafone parcheggia dove gli pare: se è in coda in autostrada, non ci pensa due volte a buttarsi sulla corsia d’emergenza. I sensi vietati per lui non hanno  senso. Queste “bravate” danno al cafone (e a chi è con lui) la prova della sua furbizia, e della sua superiorità rispetto agli altri.  

Se però viene “beccato”, mostra degli altri pezzi del suo sterminato repertorio. Un esempio: in una coda in ufficio pubblico, il cafone cerca di infilarsi; di fregare il posto a chi gli sta davanti. A volte gli riesce.

C’è qualcosa che lo distingue dal solito furbo che non vuole fare la fila: se trova qualcuno che protesta, il vero cafone non chiede scusa. Alza immediatamente la voce, negando  di essere passato davanti, si arrabbia, inveisce. Perché si sente toccato nel profondo. In quel momento, è in gioco la sua identità.