www.cafone.it

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Etimologia

”Cafone” è parola del dialetto campano, che per alcuni deriverebbe da “c’a fune”: con la fune. Intorno al 1400, tra il basso Lazio e la Campania (tra Frosinone a Caserta), i contadini si recavano alle fiere di paese portando in spalla delle funi, con cui si portavano a casa gli animali (vacche, pecore, ecc.)  che compravano.

Secondo altri studiosi, la fune avrebbe avuto un altro scopo: arrivando a Napoli dalla campagna, la mattina presto, il contadino trovava le porte della città (Porta Capuana  e Porta Nolana) ancora chiuse: la fune gli serviva per superarle, ed entrare in città. Una teoria sciocca, oltre che falsa: il contadino veniva in città per vendervi i suoi prodotti (frutta, verdura, ecc.). Ve lo immaginate a scavalcare la cinta muraria con tutta questa roba?

Ipotesi meno fantasiose vedono “cafone” derivare dal latino “cavus”: vuoto, oppure dal greco “kofòs”, sciocco. Con riferimento alla scarsa cultura del contadino. O dall’osco “kafàr”, zappare.

Qualcun altro sostiene che cafone derivi da “Cafo”, un rozzo centurione inviato dai romani a Capua nel 42 a.C., poco dopo l’uccisione  di Giulio Cesare.  

La teoria che oggi riscuote maggior credito è che "cafone" provenga dal greco “kakofonòs”: individuo dalla parlata cacofonica, sgradevole all’orecchio di chi vive in città, perché dialettale, e quindi rozza. La sgradevolezza linguistica del cafone, all'inizio riferita solo all'accento, si  è poi estesa a quello che dice, e a quello che fa.

Per il Devoto, “cafone” è invece una forma dialettale osca, da ricondurre al latino “cabonem”, accusativo di cabo/onis: “cavallo castrato”, probabile incrocio fra “caballum”: cavallo, e “caponem”: cappone.

Dunque un cavallo di campagna, di scarso valore.   Come si vede, quale che sia l’etimo giusto, si tratta sempre di termini decisamente (e pesantemente) dispregiativi. Non è un caso che il termine “cafone”, così sprezzante e offensivo, sia nato a Napoli, topos della tolleranza, e città lontana dalle discriminazioni: l’unica cosa che irriti profondamente il napoletano è la storpiatura della propria lingua. Quello che fa il “kakofonòs”: il cafone.

Un inglese, o un francese che si cimentino col napoletano, vengono visti (e uditi parlare) con simpatia: ma a un abitante delle sue stesse zone non può essere consentito un simile sacrilegio.   

In realtà, il fastidio che il napoletano prova nei confronti del cafone non dipende (solo) da come parla: ma da come si comporta.

Il cafone si comporta – appunto - in modo cacofonico: stridente, rispetto al modo di comportarsi del napoletano autentico, notoriamente attentissimo a cogliere i segnali esterni. Finendo per storpiare non solo il dialetto, ma anche il comportamento del napoletano autentico.

Questo non può essergli perdonato: perché getta il discredito sui napoletani tutti.  E’ per questo che “cafone” è un’offesa sanguinosa.