La psicologia del cafone

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La psicologia del cafone

Secondo il noto studioso del comportamento Claudio Ciaravolo, il profilo psicologico del cafone è caratterizzato da un bassissimo livello di autostima,  che determina un altissimo livello di insicurezza.

La richiesta di prestazioni sempre più elevate, e la facilità con cui la società  fa credere si possano ottenere, provocano un aumento sempre maggiore dell’insicurezza delle persone: ed è proprio lei, l’insicurezza, la prima causa della cafonaggine.

La sicurezza che il cafone ostenta in ogni circostanza  dipende proprio da questa sua enorme insicurezza. I suoi atteggiamenti spavaldi e strafottenti  non sono altro che un disperato (e disperante, per chi gli sta vicino) tentativo di negare i nuclei di incapacità che il cafone nasconde in sé.

Il cafone ha infatti dei forti dubbi su di sé, e sulle sue qualità; teme di valere poco o niente. Il suo copione esistenziale profondo è “io non OK, tu OK”: un copione di tipo depressivo.

Così, per evitare di andare incontro a una depressione clinica in piena regola, il cafone trasforma il proprio copione esistenziale nell’opposto: “io sono OK, tu non sei OK.” Per poter negare i suoi vissuti depressivi, deve passare per così dire sull’altro versante: quello iperottimistico, maniacale.

Per non stare male, al cafone non basta perciò convincersi di essere come gli altri: deve pensare di essere il migliore di tutti.

Per questa necessità di sentirsi (e di mostrarsi) “up” a tutti i costi, e in tutti i momenti, il cafone non può tener conto di quel che gli succede intorno: se lo facesse, rischierebbe di scoprire che gli altri non lo stimano, non lo amano.

E questa per lui, data la sua cosmica insicurezza di base, sarebbe la fine. Il cafone è dunque costretto (ecco perché è un “coatto”) a rinunciare a una risorsa fondamentale per ogni essere umano: il feedback. La possibilità di accorgersi della risposta del mondo alle proprie azioni.

Senza feedback non si rischia di avere delle delusioni: ma non può esservi apprendimento. Se potesse rendersi conto degli effetti delle cose che dice, e che fa, sulla gente che lo circonda, il cafone potrebbe migliorarsi. Come tutti, del resto.

E altrettanto avverrebbe se potesse permettersi di esaminare i comportamenti di quelli che hanno più successo di lui. Ma siccome nasconde a se stesso il timore di essere un incapace, il cafone non è in grado di imparare niente da nessuno.

In sintesi, secondo Ciaravolo, la cafonaggine nasce dal timore di non essere all’altezza della situazione, ma di volerlo sembrare a tutti i costi; quella del cafone è una posizione psicologica, che nulla a che fare con la sua estrazione sociale.